10 anni dopo: cosa resta davvero di una laurea (e cosa no)

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Oggi faccio 10 anni da quando mi sono laureata.

DIECI. ANNI. DALLA. MIA. LAUREA. IN. DAMS. MUSICA.

Ogni giorno che passa, ti sembra di avanzare tra nelle fasi, cose da fare, pensieri e tutto quello che la quotidianità ti mette davanti.

E invece, un giorno, al tuo Futuro Te capita di fare un salto, riguardarsi indietro e — hop! — scoprire che il tempo è passato molto più velocemente di quanto ti sembrasse mentre lo vivevi.

Spesso ci sentiamo solo dei collezionisti professionisti di fallimenti e occasioni perse.

O almeno, io stessa per molto tempo mi sono sentita così.

Soprattutto perché delle voci dentro di me mi dicevano continuamente:

“Devi crescere.”
“Devi mettere i piedi per terra.”
“Trovati un lavoro vero.”
“Non è il momento per i tuoi sogni.”
“Scegliti UNA cosa sola.”
“Non puoi fare tutto insieme.”
“Devi pensare ai soldi.”

E io per tutto questo tempo, quelle voci le ho pure ascoltate.

Solo che, poi, ho scoperto una cosa:
non erano le mie.

Erano persone che, condividendo quei pensieri, cercavano di proteggermi.

Soltanto che, col tempo, sono finita ad allontanarmi sempre di più da me stessa.
Dalla mia anima.
Da ciò che sono davvero.

Due anni fa ho capito una cosa ancora più chiara: la mia anima stava soffrendo perché, da troppo tempo, mi ero allontanata dall’arte.

Finché mi sono persa completamente in quella “selva oscura” (cit.) che è diventata l’insoddisfazione quotidiana di non avercela fatta.

Mandavo CV per tornare a scrivere, a fare tutto quello che mi faceva stare davvero bene.

Arrivavo sempre a un passo dall’uscio…
ma quella porta si chiudeva sempre.

Guardavo continuamente gli altri trovare lavoro, avanzare di carriera, fare concerti e organizzare eventi di successo, senza mai capire bene cosa avessero loro che a me mancava.

“Non sono manco cretina. Ho fatto molte esperienze, ho buona volontà, sono estremamente flessibile… Certo, saranno diverse tra loro, ma perché non vedono che questo può essere un ottimo punto di forza invece che un motivo per scartarmi ogni volta?”,
mi dicevo a ogni candidatura rifiutata, mail senza risposta (che vizio ‘sto ghosting, oh).

E infatti di cose ne ho fatte…

dalla tata alle lezioni di lingue per ben 16 anni,
dai programmi televisivi a quelli radiofonici,
dal digital marketing al call center…

In fondo, ferma non ci sono mai stata.

Poi ho scoperto quello che non sapevo ancora avrebbe cambiato per sempre la mia vita.

Nel 2019 mi iscrissi al portale Youth della Commissione Europea per esplorare i progetti del Corpo Europeo di Solidarietà (precedentemente SVE — Servizio Volontariato Europeo — ora ESC).

Mi dissi:
“Adesso non cerco più lavoro.
Mi candido solo a questi progetti di volontariato europeo che mi interessano.
Il primo che mi prende, accetto e parto.”

E così fu.

Prima 5 settimane di team project breve a Domžale (in Slovenia, vicino a Lubiana) e, subito dopo, 5 mesi di long term project a Vukovar, al YPGD.

Poi un anno di Servizio Civile Universale presso Stranaidea dove mi sono presa cura della ricerca, invio, monitoraggio e mentoring linguistico di altri volontari.

Yes. In pieno Covid.

Poi nel 2021 arrivò anche il mio Youthpass in qualità di mentor di volontari ESC.

Poi ancora due anni di redazione, correzione bozze e UX della nuova piattaforma del General Training per i volontari ESC.

E poi il mio (ri)trasferimento a Vukovar nel maggio del 2022 (e a Vinkovci nel settembre dello stesso anno) per partecipare all’Erasmus per Giovani Imprenditori presso Mladi protiv gladi e imparare come costituire la mia prima attività nel campo del terzo settore.

Nel frattempo, anche due campagne Time To Move organizzate e la partecipazione all’Eurodesk croato come rappresentante del YPGD.

Di cui, adesso… sono diventata io stessa mentor per i volontari.

Per poi rendermi conto, all’improvviso, di aver frequentato pure il liceo linguistico europeo! Senza rendermene conto, avevo appena chiuso il cerchio.

Ed è qui che, col senno di poi, capisco una cosa.

Non era che “non stavo andando da nessuna parte”.

È che stavo costruendo qualcosa senza sapere ancora come si chiamasse.

Per anni ho pensato di essere incoerente.
Dispersiva.
Una che prova mille cose senza portarne avanti una.

In realtà, stavo facendo esattamente quello che mi serviva:

mettere insieme tutti i pezzi.

La musica.
La scrittura.
Il lavoro con le persone.
I progetti europei.
Il digitale.

Lo youth work.

Solo che, quando fai così, per un sacco di tempo sembra che tu stia solo… girando a vuoto.

Perché è così che ti dicono di fare: scegliere una cosa sola, no?

Finché a un certo punto qualcosa si allinea.

Mi sono chiesta:
“E se il punto non fosse scegliere una sola cosa tra tutte, ma trovare UN sistema per farle tutte (e pure bene)?”

Perché in fondo, io sono plurale.

In tutto.

Ho sempre fatto tante cose insieme e questa mia iperattività mentale mi dà estrema soddisfazione e alto godimento.

E lì capisci che non eri persa.

Stavi solo creando qualcosa che ancora non esisteva.

Qualcosa che parla veramente di te.
Che sa come ragioni, come ti muovi, come crei.

Che ascolta gli altri, certo, ma che alla fine dice:
“Grazie per il tuo suggerimento, ma preferisco continuare per la mia strada.”

Per molto tempo ho desiderato qualcosa così.

Poi ho capito che dovevo crearlo. IO.

Perché nessuno l’avrebbe fatto per me.

Perché nessuno nel mondo del lavoro mi avrebbe accolta così come sono.

Per me, quella “cosa” oggi ha un nome:

Rockemy Lab .

E siccome, nonostante tutto, non riesco mai a pensare solo a me, questa “cosa” non è solo mia: è per tuttı quellı che non si sono sentitı mai abbastanza, troppo o troppo poco.

Per tuttı quellı che si sono sentitı fuorı postø.

Per chi vuole fare qualcosa — ma non sa da dove iniziare.

Vi risuona, nèh?

Beh, benvenutı.

Finalmente avete trovato anche voi il vostro punto di partenza.

Sono qui con voi, per voi, per condividerlo con voi.

Cosa devi fare?

Beh, semplice.

Il primissimo passo è iscriverti qui sotto alla lista di attesa per non perderti l’inizio ufficiale della Rockemyletter.

Ne varrà la pena?

Penso proprio di sì.

Ma lo lascerò dire a te.

Però per potermelo dire… devi leggerla.

E per leggerla… devi iscriverti, no?

E iscriviti, dai.

Che da oggi si cambia musica.

Ci vediamo di là.

Cià.

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Se tı staı chiedendø perché scrivø cosı… bear with me, cı arriviamø. Tra un pø’.

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